Neve e terremoto

Il cuore degli altri

Il terremoto con la neve. La sedia rotta su cui stanno seduti i paesi. Ci sono giorni in cui non ha senso pensare agli affari propri. Ci sono giorni in cui bisogna avere il cuore degli altri, il cuore tuo da solo non serve a niente. Devi stare dentro il batticuore di tutti. E invece ora siamo in questo gioco in cui ognuno si espone al mondo col suo corpo, con un pensiero, col suo niente, e in questo modo sfama la noia, in questo modo facciamo amicizia con il nulla invece di avversarlo, invece di piangere per chi trema. Adesso c’è chi ha paura di arrivare al sonno, c’è chi ha freddo. Pensate a chi in quelle terre è malato, pensate ai vecchi, pensate all’osso rotto, allo stomaco che non digerisce, pensate al tumore alla gola, pensate al lutto, pensate ai brutti, pensate a chi non si è mai trovato in un abbraccio. Oggi abbiamo fallito di nuovo come umanità, oggi abbiamo allestito una nuova Caporetto, una al giorno, una disfatta continua che disfa legami, simpatie. Ogni giorno che siamo senza dolore dovremmo gettarci con foga a salvare il mondo, salvarlo ora con gentilezza, ora con rabbia, ora in silenzio, ora gridando. Viva la foga, la furia, la forza di dimenticarsi. Oggi era un giorno per dimenticarsi. Contava solo la neve e il terremoto, nient’altro.

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nuova poesia

questa poesia fatta oggi la dedico a chi sta comprando CEDI LA STRADA AGLI ALBERI….

Forse ho capito
perché ho sempre i nervi rotti.
Lo so in questo giorno di febbraio,
il mese in cui sono nato.
Anche se vado sempre in giro
sono qui saldato:
neve, casa, cimitero, paese, madre
poesia, ansia, cuore.
Non c’è niente e nessuno
che mi può salvare,
ma ora so a chi dedicare
ogni mia giornata: ora sono un militare
di un esercito che non esiste,
l’esercito dell’Appennino.
Prendo ordini dalle pecore, dalle vacche
dai rami degli alberi.
Penso ai vecchi,
ai vicoli dove non è rimasto nessuno,
penso che anche il mio cuore
è un vicolo
e io sono il lampione rimasto,
quello che illumina
solo quando è guasto.

una poesia da CEDI LA STRADA AGLI ALBERI

Lettera ai ragazzi del Sud

 
Cari ragazzi,
abitate da poco una terra antica,
dipinta con le tibie di albe greche,
col sangue di chi è morto in Russia, in Albania.
Avete dentro il sangue il freddo delle navi
che andavano in America,
le grigie mattine svizzere dentro le baracche.
Era la terra dei cafoni e dei galantuomini,
coppole e mantelle nere,
era il Sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina,
un pezzo di lardo.
Ora è una scena dissanguata,
ora ognuno è fabbro della sua solitudine
e per stare in compagnia si è costretti a bere
nelle crepe che si sono aperte tra una strada e l’altra,
tra una faccia e l’altra.
Tutto è spaccato, squarciato, separato.
Sentiamo l’indifferenza degli altri
e l’inimicizia di noi stessi.
Uscite, contestate con durezza
i ladri del vostro futuro:
sono qui e a Milano e a Francoforte,
guardateli bene e fategli sentire il vostro disprezzo.
Siate dolci con i deboli, feroci con i potenti.
Uscite e ammirate i vostri paesaggi,
prendetevi le albe, non solo il far tardi.
Vivere è un mestiere difficile a tutte le età,
ma voi siete in un punto del mondo
in cui il dolore più facilmente si fa arte,
e allora suonate, cantate, scrivete, fotografate.
Non lo fate per darvi arie creative,
fatelo perché siete la prua del mondo:
davanti a voi non c’è nessuno.
Il Sud italiano è un inganno e un prodigio.
Lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola.
Pensate che la vita è colossale.
Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.

La Vergine del Pollino, un racconto amoroso

Abbiamo parlato una sola volta, dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Il luogo dell’incontro è assai generico: sotto una pala eolica sulle alture dell’Irpinia d’Oriente.

Vago sotto le pale immaginando che sia magrissima e malandata. C’è la luce che piace a me. Dal Formicoso si vede il Gargano. Faccio qualche fotografia, non sono sicuro che la incontrerò. Vive molto più a sud di me, in una zona del Pollino dove la casa più vicina è a cinque chilometri.

Guardo le pale eoliche vicine alla strada. Oggi non mi sembrano né belle né brutte, e non mi vengono le solite recriminazioni sul vento che è di tutti, ma porta guadagni solo a pochi. Oggi penso solo a lei, sono pensieri che non girano nella testa e non sfiorano neppure il cuore. Sta dentro le ginocchia, è lì che il mio corpo freme, non più sopra, non più sotto.

Sono le dieci del mattino, l’ora convenuta. Ho già perlustrato una decina di pale, continuo a girare, comincio a disperare di poterla incontrare. Al telefono silenzi e frasi accalorate: la cosa che mi ha colpito di più è che non ha mai avuto un rapporto sessuale con un uomo né è interessata ad averne. Me lo ha detto con voce sicura. E mi ha raccontato molti incontri in cui è sempre riuscita a evitare l’amplesso, sgusciando via come una lucertola.

Abbiamo parlato di tre cose: dio, la morte, la poesia.  Sensazione di una creatura sbilanciata verso l’assoluto. In ogni discorso la prua della morte davanti a tutto: la sua voce  mutevole a volte sembrava una cesta di frutta, altre volte aveva dentro le sillabe, il buio e il freddo che abbiamo nelle ossa.

Preso dalla mia solita impazienza ora provo a chiamarla. Mi dice che è sotto una pala eolica sulla strada per Calitri. Sentirla mi fa un effetto strano, la confidenza della telefonata notturna è svanita. Vado verso il paese senza sentire nulla, neppure il fremito che avevo prima nelle ginocchia.

Eccola. È seduta sulla base di cemento che circonda la pala. Io resto in piedi a un paio di metri da lei, non mi avvicino, le dico solo che cominciavo a temere di non trovarla. Non parla, guarda per terra. Le chiedo se vogliamo andare a Calitri, sono pochi chilometri e il paese a tratti è molto bello. Lei mi dice che non vuole vedere paesi, non capisce il mio interesse per i paesi, vuole camminare in mezzo alla terra.

Camminiamo, l’aria è gradevole, nel cielo la croce mossa di una poiana, da una masseria di cemento sgretolato arriva un cane zoppo e ci segue. Ho davanti a me una donna con la faccia antica, la immagino con un’anfora sulla testa in un film sulla vita di Cristo. Mi trascina nel lirismo: è alta e magra, le braccia sembrano i fili di una lampadina, le caviglie più lievi di un respiro, gli occhi grandi hanno l’orlo affaticato di chi solo piange e guarda, i capelli neri arrivano in fondo alla schiena col disordine di un cespuglio.

A vederla mi pare ancora più incredibile la storia della verginità. Forse è un modo per fare impressione. Ci sono delle persone che si rendono credibili raccontando solo cose incredibili.

Camminiamo senza mai sfiorarci. Lei sembra un animale appena uscito dal letargo, si muove a fatica, come se il suo corpo dovesse accordarsi ogni volta con un movimento interno imprevedibile.

Non sono molto contento delle parole che dico e di come mi sento. Ho paura che si stia annoiando. Ho sempre paura di qualcosa e quando non ho paura non sento niente.

Intanto è salita su una balla di paglia, quelle tonde: il suo corpo da lontano sembra la pietra lavorata di un anello. Le chiedo se posso fotografarla, mi dice di no. Sto pensando ai possibili sviluppi della giornata, lei mi dà la sensazione di non avere alcuna aspettativa, sembra andare dietro alle cose che vede, come se cercasse qualcosa che qualcuno ha perduto in un tempo lontanissimo.

Cerco di riprendere i discorsi che avevamo fatto durante la telefonata, mi piacerebbe che mi parlasse dei suoi rapporti con gli uomini. Non crede più agli esseri umani, per molti anni ci ha provato a sentirli, a capirli, ma adesso ha rinunciato.

Le chiedo come mai frequenta la rete. Per la prima volta esce fuori dalla concisione. Un discorso arroventato per dire che la rete le piace perché ha ucciso lo spazio e il tempo. Lascia sfilare nella sua lingua una lunga collezione di immagini per spiegarmi che adesso torna il mito, torna il luogo.

Come mai ha accettato la mia richiesta di vederci? Non le sono sembrato un essere umano. Sono un animale, pieno di paura come tutti gli animali. Oggi non ha molta voglia di parlare. Le chiedo se vuole andare a vedere l’abbazia del Goleto, un posto bellissimo, non molto lontano. Oppure possiamo andare a Conza vecchia, è un paese morto, così vengono definiti i paesi quando non ci sono più uomini. I ragni nelle damigiane, le farfalle, le formiche evidentemente non fanno parte della nostra ragioneria della vita. Possiamo andare a Conza, ma una volta che saremo arrivati dobbiamo separarci. Non c’è alcun bisogno che stiamo vicini, l’importante è andare assieme nello stesso posto.

Arrivati a Conza mi avvio verso il campo sportivo che è in cima alle rovine. Ho un libro di Latouche nello zaino, penso di mettermi a leggere, vorrei dimostrare che la teoria della decrescita è comunque una teoria concepita nel nord del mondo, ho la sensazione che abbiamo bisogno di qualcosa che nasca più sotto. Ci lasciamo con l’accordo di rivederci dopo un’ora davanti alla macchina. Lei sale su una casa bassa, si distende a prendere il sole sui tetti, come se fosse una gatta.

L’ora è passata velocemente. Adesso ha un’aria luminosa, il sole è più basso e sembra diventata più alta e ancora più magra. Non mi fa domande, non vuole sapere nulla della mia vita, continua solo a ripetermi che sono un animale e che le piace come cammino.

Sono le sei del pomeriggio, siamo arrivati a Teora. Le dico che ho fatto un piccolo film su questo paese, facevo vedere le case nuove e le persone che usano la piazza solo per fare inversione con la macchina. Non le interessa e il suo disinteresse non mi irrita, perché è sfacciato.

Io entro in un bar a prendere un gelato. Lei va ad accarezzare un cane. Ha lavorato molti anni in un canile, non ha mai guadagnato molto, adesso vive assistendo una zia, ma il patto è che un giorno alla settimana lei non c’è. Il giorno è questo. È questo il giorno in cui ha deciso di tornare a incontrare un uomo dopo molti anni.

Provo a parlare della mia vita, provo a dirle che sto scrivendo un libro in cui non parlo di paesi, un libro in cui mi licenzio da me stesso e dalla paesologia. Bravo, mi dice, mentre guarda una formica sulle mie mani. Quando lo avrai scritto io non ci sarò più. Adesso è ora di lasciarci, devo tornare da mia zia.

Torno a casa, mi metto davanti al computer con l’intento di non scrivere di me e di paesi. Provo a inventare una storia. Mi vengono fuori frasi che non sudano, frasi che sanno di  armadio.

Esco di casa, vado a camminare. Mi arriva un suo messaggio. Il testo è secco: “Domani mi allontano per sempre. Il nostro incontro è stato molto bello, avevo bisogno di questa bellezza per fare una scelta a cui penso da tanti anni.”

Provo a chiamarla. Non risponde. Il messaggio mi ha rimesso il fremito nelle ginocchia e sento pure qualcosa dentro la testa e intorno al cuore. Sono spaventato, continuo a chiamare e a mandare messaggi ma lei non risponde e  ho il terrore che non risponderà. Non ho mai provato una sensazione così brutta. La vita di questa donna mi sembra la cosa più preziosa del mondo.

Sono le sette del mattino, torno sotto le pale verso Calitri, poi vado a Conza e a Teora. Ho l’illusione di trovarla, chiedo sue notizie al paesaggio e il paesaggio è muto. Torno a casa, sento che non so più cosa scrivere, che non ho mai saputo come vivere. Esco di nuovo, mi avvio verso sud, verso il Pollino.

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo parlato una sola volta, dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Il luogo dell’incontro è assai generico: sotto una pala eolica sulle alture dell’Irpinia d’Oriente.

Vago sotto le pale immaginando che sia magrissima e malandata. C’è la luce che piace a me. Dal Formicoso si vede il Gargano. Faccio qualche fotografia, non sono sicuro che la incontrerò. Vive molto più a sud di me, in una zona del Pollino dove la casa più vicina è a cinque chilometri.

Guardo le pale eoliche vicine alla strada. Oggi non mi sembrano né belle né brutte, e non mi vengono le solite recriminazioni sul vento che è di tutti, ma porta guadagni solo a pochi. Oggi penso solo a lei, sono pensieri che non girano nella testa e non sfiorano neppure il cuore. Sta dentro le ginocchia, è lì che il mio corpo freme, non più sopra, non più sotto.

Sono le dieci del mattino, l’ora convenuta. Ho già perlustrato una decina di pale, continuo a girare, comincio a disperare di poterla incontrare. Al telefono silenzi e frasi accalorate: la cosa che mi ha colpito di più è che non ha mai avuto un rapporto sessuale con un uomo né è interessata ad averne. Me lo ha detto con voce sicura. E mi ha raccontato molti incontri in cui è sempre riuscita a evitare l’amplesso, sgusciando via come una lucertola.

Abbiamo parlato di tre cose: dio, la morte, la poesia.  Sensazione di una creatura sbilanciata verso l’assoluto. In ogni discorso la prua della morte davanti a tutto: la sua voce  mutevole a volte sembrava una cesta di frutta, altre volte aveva dentro le sillabe, il buio e il freddo che abbiamo nelle ossa.

Preso dalla mia solita impazienza ora provo a chiamarla. Mi dice che è sotto una pala eolica sulla strada per Calitri. Sentirla mi fa un effetto strano, la confidenza della telefonata notturna è svanita. Vado verso il paese senza sentire nulla, neppure il fremito che avevo prima nelle ginocchia.

Eccola. È seduta sulla base di cemento che circonda la pala. Io resto in piedi a un paio di metri da lei, non mi avvicino, le dico solo che cominciavo a temere di non trovarla. Non parla, guarda per terra. Le chiedo se vogliamo andare a Calitri, sono pochi chilometri e il paese a tratti è molto bello. Lei mi dice che non vuole vedere paesi, non capisce il mio interesse per i paesi, vuole camminare in mezzo alla terra.

Camminiamo, l’aria è gradevole, nel cielo la croce mossa di una poiana, da una masseria di cemento sgretolato arriva un cane zoppo e ci segue. Ho davanti a me una donna con la faccia antica, la immagino con un’anfora sulla testa in un film sulla vita di Cristo. Mi trascina nel lirismo: è alta e magra, le braccia sembrano i fili di una lampadina, le caviglie più lievi di un respiro, gli occhi grandi hanno l’orlo affaticato di chi solo piange e guarda, i capelli neri arrivano in fondo alla schiena col disordine di un cespuglio.

A vederla mi pare ancora più incredibile la storia della verginità. Forse è un modo per fare impressione. Ci sono delle persone che si rendono credibili raccontando solo cose incredibili.

Camminiamo senza mai sfiorarci. Lei sembra un animale appena uscito dal letargo, si muove a fatica, come se il suo corpo dovesse accordarsi ogni volta con un movimento interno imprevedibile.

Non sono molto contento delle parole che dico e di come mi sento. Ho paura che si stia annoiando. Ho sempre paura di qualcosa e quando non ho paura non sento niente.

Intanto è salita su una balla di paglia, quelle tonde: il suo corpo da lontano sembra la pietra lavorata di un anello. Le chiedo se posso fotografarla, mi dice di no. Sto pensando ai possibili sviluppi della giornata, lei mi dà la sensazione di non avere alcuna aspettativa, sembra andare dietro alle cose che vede, come se cercasse qualcosa che qualcuno ha perduto in un tempo lontanissimo.

Cerco di riprendere i discorsi che avevamo fatto durante la telefonata, mi piacerebbe che mi parlasse dei suoi rapporti con gli uomini. Non crede più agli esseri umani, per molti anni ci ha provato a sentirli, a capirli, ma adesso ha rinunciato.

Le chiedo come mai frequenta la rete. Per la prima volta esce fuori dalla concisione. Un discorso arroventato per dire che la rete le piace perché ha ucciso lo spazio e il tempo. Lascia sfilare nella sua lingua una lunga collezione di immagini per spiegarmi che adesso torna il mito, torna il luogo.

Come mai ha accettato la mia richiesta di vederci? Non le sono sembrato un essere umano. Sono un animale, pieno di paura come tutti gli animali. Oggi non ha molta voglia di parlare. Le chiedo se vuole andare a vedere l’abbazia del Goleto, un posto bellissimo, non molto lontano. Oppure possiamo andare a Conza vecchia, è un paese morto, così vengono definiti i paesi quando non ci sono più uomini. I ragni nelle damigiane, le farfalle, le formiche evidentemente non fanno parte della nostra ragioneria della vita. Possiamo andare a Conza, ma una volta che saremo arrivati dobbiamo separarci. Non c’è alcun bisogno che stiamo vicini, l’importante è andare assieme nello stesso posto.

Arrivati a Conza mi avvio verso il campo sportivo che è in cima alle rovine. Ho un libro di Latouche nello zaino, penso di mettermi a leggere, vorrei dimostrare che la teoria della decrescita è comunque una teoria concepita nel nord del mondo, ho la sensazione che abbiamo bisogno di qualcosa che nasca più sotto. Ci lasciamo con l’accordo di rivederci dopo un’ora davanti alla macchina. Lei sale su una casa bassa, si distende a prendere il sole sui tetti, come se fosse una gatta.

L’ora è passata velocemente. Adesso ha un’aria luminosa, il sole è più basso e sembra diventata più alta e ancora più magra. Non mi fa domande, non vuole sapere nulla della mia vita, continua solo a ripetermi che sono un animale e che le piace come cammino.

Sono le sei del pomeriggio, siamo arrivati a Teora. Le dico che ho fatto un piccolo film su questo paese, facevo vedere le case nuove e le persone che usano la piazza solo per fare inversione con la macchina. Non le interessa e il suo disinteresse non mi irrita, perché è sfacciato.

Io entro in un bar a prendere un gelato. Lei va ad accarezzare un cane. Ha lavorato molti anni in un canile, non ha mai guadagnato molto, adesso vive assistendo una zia, ma il patto è che un giorno alla settimana lei non c’è. Il giorno è questo. È questo il giorno in cui ha deciso di tornare a incontrare un uomo dopo molti anni.

Provo a parlare della mia vita, provo a dirle che sto scrivendo un libro in cui non parlo di paesi, un libro in cui mi licenzio da me stesso e dalla paesologia. Bravo, mi dice, mentre guarda una formica sulle mie mani. Quando lo avrai scritto io non ci sarò più. Adesso è ora di lasciarci, devo tornare da mia zia.

Torno a casa, mi metto davanti al computer con l’intento di non scrivere di me e di paesi. Provo a inventare una storia. Mi vengono fuori frasi che non sudano, frasi che sanno di  armadio.

Esco di casa, vado a camminare. Mi arriva un suo messaggio. Il testo è secco: “Domani mi allontano per sempre. Il nostro incontro è stato molto bello, avevo bisogno di questa bellezza per fare una scelta a cui penso da tanti anni.”

Provo a chiamarla. Non risponde. Il messaggio mi ha rimesso il fremito nelle ginocchia e sento pure qualcosa dentro la testa e intorno al cuore. Sono spaventato, continuo a chiamare e a mandare messaggi ma lei non risponde e  ho il terrore che non risponderà. Non ho mai provato una sensazione così brutta. La vita di questa donna mi sembra la cosa più preziosa del mondo.

Sono le sette del mattino, torno sotto le pale verso Calitri, poi vado a Conza e a Teora. Ho l’illusione di trovarla, chiedo sue notizie al paesaggio e il paesaggio è muto. Torno a casa, sento che non so più cosa scrivere, che non ho mai saputo come vivere. Esco di nuovo, mi avvio verso sud, verso il Pollino.

Canto per l’Appennino

 

Ho una spina di dolore
lunga quanto l’Appennino.
Il cielo vomita neve
e gli uomini bugie.
Penso a chi è morto con la neve in bocca
e a questo mio cuore
con la punta storta,
questo mio cuore che oggi
ha urlato tutto il giorno
per l’Appennino.
Fate presto
dissero una volta
sul giornale,
io adesso dico:
mettete per una volta la testa nelle stalle,
restate vicino al fuoco con una vecchia
a capo chino,
camminate nelle vie più alte
dove le case sono chiuse.
Passerà la neve
e passerà il terremoto,
ma noi resteremo al nostro posto,
alberi, fontane, strade abbandonate,
cielo di stelle e di poiane.

f.arminio

Preghiera per l’Appennino

Quando ieri sera ho scritto il post intitolato Il cuore degli altri poi ho provato a dormire, non ce la facevo più a stare in rete, non sapevo più come smuovere, come far sentire la mia e la vostra impotenza. Non sapevo della valanga e ora non è neppure il caso di dire che lo Stato non c’è. Sono stato tre volte ad Amatrice e lì di Stato ne ho visto anche troppo. Non so bene cosa stanno facendo, ma ci sono. Continua a leggere

il terremoto infinito

La terra trema, cadono le case vuote e quelle piene.  Si è costretti ad allontanarsi dal paese, si perde una comunità che in qualche caso si era già affievolita e ci si ritrova in comunità provvisorie. In albergo, nelle tende, nei containers, nei villaggi prefabbricati ci sono tanti disagi, ma ci sono anche nuove compagnie, fatte di intimità e distanza, di terremotati e soccorritori. Insomma, la tragedia può sempre contenere qualche filo di luce.

Quando nella mia terra finì il boato e il tremore, mi accorsi che il paese non era caduto: andai verso la piazza, c’eravamo tutti, c’era la chiesa, c’era il castello. Eppure ebbi il sospetto di un qualcosa di grande che mi avrebbe cambiato la vita.

In piazza c’era molta animazione. Verso le dieci di sera si cominciò a sentire che nei paesi vicini era un disastro. Andai con alcuni amici a Sant’Angelo dei Lombardi. Quello fu l’inizio di un viaggio nel terremoto che forse non è mai finito. A Sant’Angelo la grande luna di quella notte illuminava una ventina di ragazzi stesi e impolverati sul marciapiede davanti al bar Corrado. Non solo non c’era più il bar Corrado, ma anche tutte le palazzine che venivano dopo. Era la parte moderna del paese, quella che quando arrivavi dai paesi vicini sembrava dirti: noi qui abbiamo il progresso, sembriamo una piccola città. Niente crepe in quelle palazzine, niente squarci o crolli parziali, tutto schiacciato verso terra, come se una mano avesse premuto ciecamente dall’alto. A Sant’Angelo per 482 persone, sindaco compreso, non ci fu la pena della ricostruzione e quella della prima emergenza. In una casa vecchia ti puoi ritrovare con una trave di legno sulle gambe, puoi trovarti in una casa che è diventata una piccola capanna e magari qualcuno ti viene a tirare fuori. I palazzi di cemento armato quando cadono non lasciano scampo.

Alla fine ci furono quasi tremila morti e molte conseguenze anche nel campo della politica: forse la Lega non sarebbe nata senza il grande stimolo degli scandali, veri e presunti. Il capo dell’opposizione annunciò una svolta nella politica del suo partito. Il Presidente della Repubblica gridò contro i ritardi dei soccorsi. Storie note, storie facili da raccontare.

Il terremoto dell’Appennino meridionale segnò uno dei primi e forse anche l’ultimo momento di grande vicinanza tra il Nord e il Sud del paese. La ricostruzione fu orientata secondo la spinta centrifuga che era già in atto: ognuno ebbe la possibilità di farsi la casa dove voleva. Si può dire che allo sfollamento dei paesi subito dopo la scossa, seguì lo sfollamento dei centri antichi. Si immaginò che il terremoto fosse l’occasione per coniugare ricostruzione e sviluppo e invece ci fu solo una lentissima ricostruzione, che in qualche caso non è ancora terminata.

Un terremoto grande in realtà non finisce mai. Non è una ferita che si apre e poi subito si richiude, è una storia nuova che cambia tutto. C’è un prima e un dopo terremoto, come c’è un prima e un dopo Cristo.

In Irpinia il dopo fu l’inverno che arrivò assai presto e ogni volta che veniva un altro inverno la vita dei terremotati era sempre più difficile: dalle tende si passò nei containers o nelle case di legno. Poi si pensò alla ricostruzione: gli Irpini ebbero la casa, ma persero i paesi.

In certi paesi c’era più vita nei mesi successivi al terremoto di quanta ce n’è adesso. Trentasei anni dopo dei morti sarà rimasto poco, dei vivi ancora meno. Trentasei anni dopo gli Irpini non hanno ancora elaborato il loro lutto. A un certo punto essere terremotati era diventata quasi un’identità, una condizione che sembrava esserci stata da sempre e che doveva permanere per sempre. Ma tutto finisce, e quasi ti stupisci che si  ferma il valzer delle betoniere, la rincorsa al contributo. I soccorritori vanno via, i paesi diventamo musei delle case chiuse. E allora torna quasi la nostalgia di quei giorni in cui i saluti avevano una grana più dolce, come se la sventura comune avesse di colpo spezzato quei rivoli di maldicenze e malumori che trovano la massima esaltazione nella figura dello scoraggiatore militante: eroe del fallimento, luminare della bancarotta antropologica in cui stiamo vivendo.

A me, nei giorni che seguirono il terremoto, piaceva tutta quella gente per strada, tutti che si guardavano come se ognuno fosse una cosa preziosa. Ricordo che una sera quando ancora si dormiva nelle macchine mi sono fatto un giro, li ho benedetti uno per uno.

 

franco arminio

da repubblica del 5-11-2016

 

 

 

Che cos’è la paesologia

 

il dente di un bambino rimasto per anni in una cristalliera di castagno.

l’infarto che è venuto a salvatore.

l’armonica a bocca di michele di prenda.

una tegola sul tetto della casa di marcello.

l’ultimo orgasmo che ha avuto nicoletta menna col marito.

le olive che restano a terra senza diventare olio.

il dito che perse attilio il falegname.

un tappo delle birra peroni.

la settimana enigmistica nella centoventisette di michele cuozzo.

una maglia nera messa ad asciugare sul termosifone.

il piede destro di gesù cristo in una chiesa di campagna.

uno sbadiglio.

gigi riva, una delle figurine dei calciatori, un doppione.

il camino di zia elvira in vico noci, il camino che faceva fumo.

il bacio che lui e lei si diedero in macchina in una sera di nebbia del 1979.

un maglione di lana.

una molletta su un balcone di napoli.

ii sesso di patrizia.

il morso di una zanzara sul collo di uomo che dorme.

l’odore di stalla nei capelli di tonino rizzo.

le chiavi della macchina di vito papa.

un colpo di tosse.

una finestra di una stanza d’albergo.

due pile nel cordless di gerardino loffa.

la carta di un panino lasciata sotto una panchina, attraversata dalle formiche.

un rubinetto di una casa abbandonata.

un piccolo animale che mangia.

il grano che c’era nel garage di fronte casa mia.

la striscia rossa sotto la a nella barra dei comandi del computer.

la g del grassetto.

la vaschetta dei termosifoni.

una lavatrice in una casa qualunque.

una rosa che sfiorisce durante un comizio.

un mal di pancia, uno dei tanti che veniva a nicolino albenzio

quando andava a scuola col mastro menna, il più cattivo dei maestri.

la scarpiere bianca.

una canzone, una qualsiasi.

l’ombra del lampadario sul soffitto.

la sedia di un cinema.

un quadro appeso alla parete.

uno che si chiama salvatore.

l’erba spuntata dall’asfalto.

un fiocco di neve.

il rumore che fa il computer di leonardo macchia quando è acceso.

un bambino che gioca a pallacanestro.

dodici ragazzi di dodici anni in pizzeria.

il seno di una donna che dorme.

una a su un foglio.

il silenzio di una stanza.

 

franco arminio

i disertori

Molte case hanno la siepe intorno

e le sedie da giardino fuori,

ma il paese non c’è.

Una volta c’era solo qualche palazzo

e un grumo di casupole e pagliai,

ma il tutto formava un paese,

piccolo o grande che fosse,

aveva una sua misera identità, un suo sapore,

perché le persone prima che abitare una casa

abitavano un luogo.

Ora ognuno ha piantato la sua reggia,

preferibilmente in periferia,

per tenersi lontano, per dire sto qui,

ma vorrei essere altrove.

Chi resta nei paesi

più che abitarli li svuota.