Il 15 settembre, assalto alla poesia

Settembre è un mese lirico. Guardatevi la luce che batte sui polsi e andate in libreria, cercate lo scaffale più nascosto, più esiguo, cercate lo scaffale dei poeti.
È una cosa che potete fare ogni giorno, ma facciamo che il giorno buono è la bisettrice del mese, il 15 settembre.

Facciamo un assalto alla poesia, sorprendiamo i librai e anche gli editori e anche i poeti: decidiamo di farci accompagnare da qualcuno di loro nell’autunno che viene e anche nell’inverno.

Qualcuno ha detto che la bellezza salverà il mondo. Ora immaginiamo che la poesia può semplicemente salvarci la giornata o almeno un’ora dispari, o solo qualche minuto. La poesia è sempre questione molto privata tra chi legge e chi scrive, è un faro che non lampeggia in tutte le notti, è una lucciola alle due del pomeriggio, è un mucchietto di neve in un mondo col sale in mano. Qualunque cosa sia, questo è un tempo in cui alcuni possono chiedere qualcosa alla poesia.

Già in Rete si assiste con piacere alla presenza dei versi, ma ci vuole che la poesia venga comprata, ci vuole una prova che teniamo a lei come lei tiene a noi. Lungamente l’amore della poesia nei nostri confronti è stato un amore non corrisposto. Adesso è il tempo di ricambiare.

Prendete il mouse e spedite la raccomandazione a chi vi è caro: l’appuntamento è in libreria il 15 settembre. Non è come la giornata della memoria o la giornata delle donne, il 15 settembre non è una ricorrenza, è un appuntamento che ci diamo adesso, un appuntamento a cui ognuno è libero di rispondere come meglio crede.

L’assalto alla poesia è un assalto alla miseria spirituale che sta conquistando tutto. Comprare un libro di poesia, farlo assieme a tanti altri, è uscire dalla mestizia che aleggia intorno alla letteratura, è ridare vigore politico alle parole migliori che gli uomini e le donne di ogni tempo hanno scritto.

Locandina iniziativa:

https://casadellapaesologia.files.wordpress.com/2018/09/assalto-alla-poesia.pdf

https://www.corriere.it/cronache/18_settembre_13/15-settembre-assalto-poesia-91fd1788-b766-11e8-9561-cd36d3b96a7c.shtml

15 SETTEMBRE: ASSALTO ALLA POESIA

Settembre è un mese lirico. Guardatevi la luce che batte sui polsi e andate in libreria, cercate lo scaffale più nascosto, più esiguo, cercate lo scaffale dei poeti. É una cosa che potete fare ogni giorno, ma facciamo che il giorno buono è la bisettrice del mese, il 15 settembre. Facciamo un assalto alla poesia, sorprendiamo i librai e anche gli editori e anche i poeti: decidiamo di farci accompagnare da qualcuno di loro nell’autunno che viene e anche nell’inverno. Qualcuno ha detto che la bellezza salverà il mondo. Ora immaginiamo che la poesia può semplicemente salvarci la giornata o almeno un’ora dispari, o solo qualche minuto. La poesia è sempre questione molto privata tra chi legge e chi scrive, è un faro che non lampeggia in tutte le notti, è una lucciola alle due del pomeriggio, è un mucchietto di neve in un mondo col sale in mano. Qualunque cosa sia, questo è un tempo in cui alcuni possono chiedere qualcosa alla poesia. Già in Rete si assiste con piacere alla presenza dei versi, ma ci vuole che la poesia venga comprata, ci vuole una prova che teniamo a lei come lei tiene a noi. Lungamente l’amore della poesia nei nostri confronti è stato un amore non corrisposto. Adesso è il tempo di ricambiare. Prendete il mouse e spedite la raccomandazione a chi vi è caro: l’appuntamento è in libreria il 15 settembre. Non è come la giornata della memoria o la giornata delle donne, il 15 settembre non è una ricorrenza, è un appuntamento che ci diamo adesso, un appuntamento a cui ognuno è libero di rispondere come meglio crede. L’assalto alla poesia è un assalto alla miseria spirituale che sta conquistando tutto. Comprare un libro di poesia, farlo assieme a tanti altri, è uscire dalla mestizia che aleggia intorno alla letteratura, è ridare vigore politico alle parole migliori che gli uomini e le donne di ogni tempo hanno scritto.

Franco Arminio

 


 

Vi chiediamo di partecipare ad un’azione resistente attraverso la poesia: vi invitiamo ad andare in libreria il 15 settembre, di cercare lo scaffale più esiguo, quello più nascosto, quello dedicato alla poesia e di comprare un libro.

Il 15 settembre non è una ricorrenza, è un appuntamento che ci diamo adesso, un appuntamento a cui ognuno è libero di rispondere come meglio crede a partire dall’acquisto di un libro; sarebbe bello se quel giorno oltre al gesto individuale di comprare libri e delle librerie che promuovono faceste agguati poetici andando in giro a leggere poesie ovunque e a chiunque.

“Leggiamo le poesie insieme a un barista, a un benzinaio, a un notaio, offriamole a chi ci ama, a chi ha avuto un dolore. Offriamo poesie agli anziani, ai non vedenti, alle persone sole, anche gli animali: la poesia ha molto amato gli animali, e ne è ricambiata. E infine non bisogna dimenticare di far sentire i versi alle piante. Leggiamo poesie a una rosa: la rosa profuma di più.”

Comprare un libro di poesia, farlo assieme a tanti altri, è uscire dalla mestizia che aleggia intorno alla letteratura, è ridare vigore politico alle parole migliori che gli uomini e le donne di ogni tempo hanno scritto.

Vi chiediamo inoltre di condividere con i vostri amici o con chi pensate possa adottare l’idea e di aggiornarci sulle vostre azioni individuali o comunitarie comunicandoci i libri presi durante l’assalto e gli eventuali agguati poetici.

Grazie a tutti “i partigiani di una nuova, eterna resistenza: la poesia”!

Se desiderate notizie più dettagliate scrivete una mail a casadellapaesologia@gmail.com

AQUILAVENTU

È il paese delle vedove. Non ci sono maschi, non ci sono bambini, non ci sono ragazze. Ci sono solo vedove tra i sessanta e i novant’anni. È un paese dove si piange molto e le lacrime vengono immesse nella rete idrica. È un’acqua molto buona per i calcoli renali. Non a caso una multinazionale ha fatto sapere al sindaco di volere comprare tutte le vedove di Aquilaventu. In paese c’è fermento. Al centro della piazza campeggia un grande striscione: Nessuno tocchi le nostre lacrime.

precetto

Sereno e senza speranza,
esci di casa,
guarda!

Segui la terra,

regala le tue vertebre

ai passanti.

Alla fine dei tuoi giorni

resteranno le tue imprudenze,

più che i calcoli e gli indugi

resteranno i canti.

 

 

TESTAMENTO AMOROSO

Adesso non ho nulla da chiederti per il tempo della vita. Ti chiedo qualcosa per il tempo della morte. Vorrei essere bruciato e vorrei che tu tenessi una parte delle mie ceneri. Mi calma e mi rende tristemente lieto affidare a te una parte del mio corpo. Nelle ceneri non si distingue quello che era un occhio, una gamba, una mano. Sento che tu puoi farla questa distinzione, puoi vedere anche nella cenere i miei occhi, le mie mani. Tu puoi passare in un paese e salutarlo al posto mio, sederti su una panchina, dare qualcosa ai cani, guardare il cielo che promette pioggia, entrare in un bar a bere una camomilla. Non ti posso e non ti voglio chiedere più niente per come sono adesso. Continua a leggere

nuova poesia

questa poesia fatta oggi la dedico a chi sta comprando CEDI LA STRADA AGLI ALBERI….

Forse ho capito
perché ho sempre i nervi rotti.
Lo so in questo giorno di febbraio,
il mese in cui sono nato.
Anche se vado sempre in giro
sono qui saldato:
neve, casa, cimitero, paese, madre
poesia, ansia, cuore.
Non c’è niente e nessuno
che mi può salvare,
ma ora so a chi dedicare
ogni mia giornata: ora sono un militare
di un esercito che non esiste,
l’esercito dell’Appennino.
Prendo ordini dalle pecore, dalle vacche
dai rami degli alberi.
Penso ai vecchi,
ai vicoli dove non è rimasto nessuno,
penso che anche il mio cuore
è un vicolo
e io sono il lampione rimasto,
quello che illumina
solo quando è guasto.

una poesia da CEDI LA STRADA AGLI ALBERI

Lettera ai ragazzi del Sud

 
Cari ragazzi,
abitate da poco una terra antica,
dipinta con le tibie di albe greche,
col sangue di chi è morto in Russia, in Albania.
Avete dentro il sangue il freddo delle navi
che andavano in America,
le grigie mattine svizzere dentro le baracche.
Era la terra dei cafoni e dei galantuomini,
coppole e mantelle nere,
era il Sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina,
un pezzo di lardo.
Ora è una scena dissanguata,
ora ognuno è fabbro della sua solitudine
e per stare in compagnia si è costretti a bere
nelle crepe che si sono aperte tra una strada e l’altra,
tra una faccia e l’altra.
Tutto è spaccato, squarciato, separato.
Sentiamo l’indifferenza degli altri
e l’inimicizia di noi stessi.
Uscite, contestate con durezza
i ladri del vostro futuro:
sono qui e a Milano e a Francoforte,
guardateli bene e fategli sentire il vostro disprezzo.
Siate dolci con i deboli, feroci con i potenti.
Uscite e ammirate i vostri paesaggi,
prendetevi le albe, non solo il far tardi.
Vivere è un mestiere difficile a tutte le età,
ma voi siete in un punto del mondo
in cui il dolore più facilmente si fa arte,
e allora suonate, cantate, scrivete, fotografate.
Non lo fate per darvi arie creative,
fatelo perché siete la prua del mondo:
davanti a voi non c’è nessuno.
Il Sud italiano è un inganno e un prodigio.
Lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola.
Pensate che la vita è colossale.
Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.

La Vergine del Pollino, un racconto amoroso

Abbiamo parlato una sola volta, dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Il luogo dell’incontro è assai generico: sotto una pala eolica sulle alture dell’Irpinia d’Oriente.

Vago sotto le pale immaginando che sia magrissima e malandata. C’è la luce che piace a me. Dal Formicoso si vede il Gargano. Faccio qualche fotografia, non sono sicuro che la incontrerò. Vive molto più a sud di me, in una zona del Pollino dove la casa più vicina è a cinque chilometri.

Guardo le pale eoliche vicine alla strada. Oggi non mi sembrano né belle né brutte, e non mi vengono le solite recriminazioni sul vento che è di tutti, ma porta guadagni solo a pochi. Oggi penso solo a lei, sono pensieri che non girano nella testa e non sfiorano neppure il cuore. Sta dentro le ginocchia, è lì che il mio corpo freme, non più sopra, non più sotto.

Sono le dieci del mattino, l’ora convenuta. Ho già perlustrato una decina di pale, continuo a girare, comincio a disperare di poterla incontrare. Al telefono silenzi e frasi accalorate: la cosa che mi ha colpito di più è che non ha mai avuto un rapporto sessuale con un uomo né è interessata ad averne. Me lo ha detto con voce sicura. E mi ha raccontato molti incontri in cui è sempre riuscita a evitare l’amplesso, sgusciando via come una lucertola.

Abbiamo parlato di tre cose: dio, la morte, la poesia.  Sensazione di una creatura sbilanciata verso l’assoluto. In ogni discorso la prua della morte davanti a tutto: la sua voce  mutevole a volte sembrava una cesta di frutta, altre volte aveva dentro le sillabe, il buio e il freddo che abbiamo nelle ossa.

Preso dalla mia solita impazienza ora provo a chiamarla. Mi dice che è sotto una pala eolica sulla strada per Calitri. Sentirla mi fa un effetto strano, la confidenza della telefonata notturna è svanita. Vado verso il paese senza sentire nulla, neppure il fremito che avevo prima nelle ginocchia.

Eccola. È seduta sulla base di cemento che circonda la pala. Io resto in piedi a un paio di metri da lei, non mi avvicino, le dico solo che cominciavo a temere di non trovarla. Non parla, guarda per terra. Le chiedo se vogliamo andare a Calitri, sono pochi chilometri e il paese a tratti è molto bello. Lei mi dice che non vuole vedere paesi, non capisce il mio interesse per i paesi, vuole camminare in mezzo alla terra.

Camminiamo, l’aria è gradevole, nel cielo la croce mossa di una poiana, da una masseria di cemento sgretolato arriva un cane zoppo e ci segue. Ho davanti a me una donna con la faccia antica, la immagino con un’anfora sulla testa in un film sulla vita di Cristo. Mi trascina nel lirismo: è alta e magra, le braccia sembrano i fili di una lampadina, le caviglie più lievi di un respiro, gli occhi grandi hanno l’orlo affaticato di chi solo piange e guarda, i capelli neri arrivano in fondo alla schiena col disordine di un cespuglio.

A vederla mi pare ancora più incredibile la storia della verginità. Forse è un modo per fare impressione. Ci sono delle persone che si rendono credibili raccontando solo cose incredibili.

Camminiamo senza mai sfiorarci. Lei sembra un animale appena uscito dal letargo, si muove a fatica, come se il suo corpo dovesse accordarsi ogni volta con un movimento interno imprevedibile.

Non sono molto contento delle parole che dico e di come mi sento. Ho paura che si stia annoiando. Ho sempre paura di qualcosa e quando non ho paura non sento niente.

Intanto è salita su una balla di paglia, quelle tonde: il suo corpo da lontano sembra la pietra lavorata di un anello. Le chiedo se posso fotografarla, mi dice di no. Sto pensando ai possibili sviluppi della giornata, lei mi dà la sensazione di non avere alcuna aspettativa, sembra andare dietro alle cose che vede, come se cercasse qualcosa che qualcuno ha perduto in un tempo lontanissimo.

Cerco di riprendere i discorsi che avevamo fatto durante la telefonata, mi piacerebbe che mi parlasse dei suoi rapporti con gli uomini. Non crede più agli esseri umani, per molti anni ci ha provato a sentirli, a capirli, ma adesso ha rinunciato.

Le chiedo come mai frequenta la rete. Per la prima volta esce fuori dalla concisione. Un discorso arroventato per dire che la rete le piace perché ha ucciso lo spazio e il tempo. Lascia sfilare nella sua lingua una lunga collezione di immagini per spiegarmi che adesso torna il mito, torna il luogo.

Come mai ha accettato la mia richiesta di vederci? Non le sono sembrato un essere umano. Sono un animale, pieno di paura come tutti gli animali. Oggi non ha molta voglia di parlare. Le chiedo se vuole andare a vedere l’abbazia del Goleto, un posto bellissimo, non molto lontano. Oppure possiamo andare a Conza vecchia, è un paese morto, così vengono definiti i paesi quando non ci sono più uomini. I ragni nelle damigiane, le farfalle, le formiche evidentemente non fanno parte della nostra ragioneria della vita. Possiamo andare a Conza, ma una volta che saremo arrivati dobbiamo separarci. Non c’è alcun bisogno che stiamo vicini, l’importante è andare assieme nello stesso posto.

Arrivati a Conza mi avvio verso il campo sportivo che è in cima alle rovine. Ho un libro di Latouche nello zaino, penso di mettermi a leggere, vorrei dimostrare che la teoria della decrescita è comunque una teoria concepita nel nord del mondo, ho la sensazione che abbiamo bisogno di qualcosa che nasca più sotto. Ci lasciamo con l’accordo di rivederci dopo un’ora davanti alla macchina. Lei sale su una casa bassa, si distende a prendere il sole sui tetti, come se fosse una gatta.

L’ora è passata velocemente. Adesso ha un’aria luminosa, il sole è più basso e sembra diventata più alta e ancora più magra. Non mi fa domande, non vuole sapere nulla della mia vita, continua solo a ripetermi che sono un animale e che le piace come cammino.

Sono le sei del pomeriggio, siamo arrivati a Teora. Le dico che ho fatto un piccolo film su questo paese, facevo vedere le case nuove e le persone che usano la piazza solo per fare inversione con la macchina. Non le interessa e il suo disinteresse non mi irrita, perché è sfacciato.

Io entro in un bar a prendere un gelato. Lei va ad accarezzare un cane. Ha lavorato molti anni in un canile, non ha mai guadagnato molto, adesso vive assistendo una zia, ma il patto è che un giorno alla settimana lei non c’è. Il giorno è questo. È questo il giorno in cui ha deciso di tornare a incontrare un uomo dopo molti anni.

Provo a parlare della mia vita, provo a dirle che sto scrivendo un libro in cui non parlo di paesi, un libro in cui mi licenzio da me stesso e dalla paesologia. Bravo, mi dice, mentre guarda una formica sulle mie mani. Quando lo avrai scritto io non ci sarò più. Adesso è ora di lasciarci, devo tornare da mia zia.

Torno a casa, mi metto davanti al computer con l’intento di non scrivere di me e di paesi. Provo a inventare una storia. Mi vengono fuori frasi che non sudano, frasi che sanno di  armadio.

Esco di casa, vado a camminare. Mi arriva un suo messaggio. Il testo è secco: “Domani mi allontano per sempre. Il nostro incontro è stato molto bello, avevo bisogno di questa bellezza per fare una scelta a cui penso da tanti anni.”

Provo a chiamarla. Non risponde. Il messaggio mi ha rimesso il fremito nelle ginocchia e sento pure qualcosa dentro la testa e intorno al cuore. Sono spaventato, continuo a chiamare e a mandare messaggi ma lei non risponde e  ho il terrore che non risponderà. Non ho mai provato una sensazione così brutta. La vita di questa donna mi sembra la cosa più preziosa del mondo.

Sono le sette del mattino, torno sotto le pale verso Calitri, poi vado a Conza e a Teora. Ho l’illusione di trovarla, chiedo sue notizie al paesaggio e il paesaggio è muto. Torno a casa, sento che non so più cosa scrivere, che non ho mai saputo come vivere. Esco di nuovo, mi avvio verso sud, verso il Pollino.

 

 

 

 

 

 

 

Abbiamo parlato una sola volta, dalle dieci di sera alle quattro del mattino. Il luogo dell’incontro è assai generico: sotto una pala eolica sulle alture dell’Irpinia d’Oriente.

Vago sotto le pale immaginando che sia magrissima e malandata. C’è la luce che piace a me. Dal Formicoso si vede il Gargano. Faccio qualche fotografia, non sono sicuro che la incontrerò. Vive molto più a sud di me, in una zona del Pollino dove la casa più vicina è a cinque chilometri.

Guardo le pale eoliche vicine alla strada. Oggi non mi sembrano né belle né brutte, e non mi vengono le solite recriminazioni sul vento che è di tutti, ma porta guadagni solo a pochi. Oggi penso solo a lei, sono pensieri che non girano nella testa e non sfiorano neppure il cuore. Sta dentro le ginocchia, è lì che il mio corpo freme, non più sopra, non più sotto.

Sono le dieci del mattino, l’ora convenuta. Ho già perlustrato una decina di pale, continuo a girare, comincio a disperare di poterla incontrare. Al telefono silenzi e frasi accalorate: la cosa che mi ha colpito di più è che non ha mai avuto un rapporto sessuale con un uomo né è interessata ad averne. Me lo ha detto con voce sicura. E mi ha raccontato molti incontri in cui è sempre riuscita a evitare l’amplesso, sgusciando via come una lucertola.

Abbiamo parlato di tre cose: dio, la morte, la poesia.  Sensazione di una creatura sbilanciata verso l’assoluto. In ogni discorso la prua della morte davanti a tutto: la sua voce  mutevole a volte sembrava una cesta di frutta, altre volte aveva dentro le sillabe, il buio e il freddo che abbiamo nelle ossa.

Preso dalla mia solita impazienza ora provo a chiamarla. Mi dice che è sotto una pala eolica sulla strada per Calitri. Sentirla mi fa un effetto strano, la confidenza della telefonata notturna è svanita. Vado verso il paese senza sentire nulla, neppure il fremito che avevo prima nelle ginocchia.

Eccola. È seduta sulla base di cemento che circonda la pala. Io resto in piedi a un paio di metri da lei, non mi avvicino, le dico solo che cominciavo a temere di non trovarla. Non parla, guarda per terra. Le chiedo se vogliamo andare a Calitri, sono pochi chilometri e il paese a tratti è molto bello. Lei mi dice che non vuole vedere paesi, non capisce il mio interesse per i paesi, vuole camminare in mezzo alla terra.

Camminiamo, l’aria è gradevole, nel cielo la croce mossa di una poiana, da una masseria di cemento sgretolato arriva un cane zoppo e ci segue. Ho davanti a me una donna con la faccia antica, la immagino con un’anfora sulla testa in un film sulla vita di Cristo. Mi trascina nel lirismo: è alta e magra, le braccia sembrano i fili di una lampadina, le caviglie più lievi di un respiro, gli occhi grandi hanno l’orlo affaticato di chi solo piange e guarda, i capelli neri arrivano in fondo alla schiena col disordine di un cespuglio.

A vederla mi pare ancora più incredibile la storia della verginità. Forse è un modo per fare impressione. Ci sono delle persone che si rendono credibili raccontando solo cose incredibili.

Camminiamo senza mai sfiorarci. Lei sembra un animale appena uscito dal letargo, si muove a fatica, come se il suo corpo dovesse accordarsi ogni volta con un movimento interno imprevedibile.

Non sono molto contento delle parole che dico e di come mi sento. Ho paura che si stia annoiando. Ho sempre paura di qualcosa e quando non ho paura non sento niente.

Intanto è salita su una balla di paglia, quelle tonde: il suo corpo da lontano sembra la pietra lavorata di un anello. Le chiedo se posso fotografarla, mi dice di no. Sto pensando ai possibili sviluppi della giornata, lei mi dà la sensazione di non avere alcuna aspettativa, sembra andare dietro alle cose che vede, come se cercasse qualcosa che qualcuno ha perduto in un tempo lontanissimo.

Cerco di riprendere i discorsi che avevamo fatto durante la telefonata, mi piacerebbe che mi parlasse dei suoi rapporti con gli uomini. Non crede più agli esseri umani, per molti anni ci ha provato a sentirli, a capirli, ma adesso ha rinunciato.

Le chiedo come mai frequenta la rete. Per la prima volta esce fuori dalla concisione. Un discorso arroventato per dire che la rete le piace perché ha ucciso lo spazio e il tempo. Lascia sfilare nella sua lingua una lunga collezione di immagini per spiegarmi che adesso torna il mito, torna il luogo.

Come mai ha accettato la mia richiesta di vederci? Non le sono sembrato un essere umano. Sono un animale, pieno di paura come tutti gli animali. Oggi non ha molta voglia di parlare. Le chiedo se vuole andare a vedere l’abbazia del Goleto, un posto bellissimo, non molto lontano. Oppure possiamo andare a Conza vecchia, è un paese morto, così vengono definiti i paesi quando non ci sono più uomini. I ragni nelle damigiane, le farfalle, le formiche evidentemente non fanno parte della nostra ragioneria della vita. Possiamo andare a Conza, ma una volta che saremo arrivati dobbiamo separarci. Non c’è alcun bisogno che stiamo vicini, l’importante è andare assieme nello stesso posto.

Arrivati a Conza mi avvio verso il campo sportivo che è in cima alle rovine. Ho un libro di Latouche nello zaino, penso di mettermi a leggere, vorrei dimostrare che la teoria della decrescita è comunque una teoria concepita nel nord del mondo, ho la sensazione che abbiamo bisogno di qualcosa che nasca più sotto. Ci lasciamo con l’accordo di rivederci dopo un’ora davanti alla macchina. Lei sale su una casa bassa, si distende a prendere il sole sui tetti, come se fosse una gatta.

L’ora è passata velocemente. Adesso ha un’aria luminosa, il sole è più basso e sembra diventata più alta e ancora più magra. Non mi fa domande, non vuole sapere nulla della mia vita, continua solo a ripetermi che sono un animale e che le piace come cammino.

Sono le sei del pomeriggio, siamo arrivati a Teora. Le dico che ho fatto un piccolo film su questo paese, facevo vedere le case nuove e le persone che usano la piazza solo per fare inversione con la macchina. Non le interessa e il suo disinteresse non mi irrita, perché è sfacciato.

Io entro in un bar a prendere un gelato. Lei va ad accarezzare un cane. Ha lavorato molti anni in un canile, non ha mai guadagnato molto, adesso vive assistendo una zia, ma il patto è che un giorno alla settimana lei non c’è. Il giorno è questo. È questo il giorno in cui ha deciso di tornare a incontrare un uomo dopo molti anni.

Provo a parlare della mia vita, provo a dirle che sto scrivendo un libro in cui non parlo di paesi, un libro in cui mi licenzio da me stesso e dalla paesologia. Bravo, mi dice, mentre guarda una formica sulle mie mani. Quando lo avrai scritto io non ci sarò più. Adesso è ora di lasciarci, devo tornare da mia zia.

Torno a casa, mi metto davanti al computer con l’intento di non scrivere di me e di paesi. Provo a inventare una storia. Mi vengono fuori frasi che non sudano, frasi che sanno di  armadio.

Esco di casa, vado a camminare. Mi arriva un suo messaggio. Il testo è secco: “Domani mi allontano per sempre. Il nostro incontro è stato molto bello, avevo bisogno di questa bellezza per fare una scelta a cui penso da tanti anni.”

Provo a chiamarla. Non risponde. Il messaggio mi ha rimesso il fremito nelle ginocchia e sento pure qualcosa dentro la testa e intorno al cuore. Sono spaventato, continuo a chiamare e a mandare messaggi ma lei non risponde e  ho il terrore che non risponderà. Non ho mai provato una sensazione così brutta. La vita di questa donna mi sembra la cosa più preziosa del mondo.

Sono le sette del mattino, torno sotto le pale verso Calitri, poi vado a Conza e a Teora. Ho l’illusione di trovarla, chiedo sue notizie al paesaggio e il paesaggio è muto. Torno a casa, sento che non so più cosa scrivere, che non ho mai saputo come vivere. Esco di nuovo, mi avvio verso sud, verso il Pollino.

Neve e terremoto

Il cuore degli altri

Il terremoto con la neve. La sedia rotta su cui stanno seduti i paesi. Ci sono giorni in cui non ha senso pensare agli affari propri. Ci sono giorni in cui bisogna avere il cuore degli altri, il cuore tuo da solo non serve a niente. Devi stare dentro il batticuore di tutti. E invece ora siamo in questo gioco in cui ognuno si espone al mondo col suo corpo, con un pensiero, col suo niente, e in questo modo sfama la noia, in questo modo facciamo amicizia con il nulla invece di avversarlo, invece di piangere per chi trema. Adesso c’è chi ha paura di arrivare al sonno, c’è chi ha freddo. Pensate a chi in quelle terre è malato, pensate ai vecchi, pensate all’osso rotto, allo stomaco che non digerisce, pensate al tumore alla gola, pensate al lutto, pensate ai brutti, pensate a chi non si è mai trovato in un abbraccio. Oggi abbiamo fallito di nuovo come umanità, oggi abbiamo allestito una nuova Caporetto, una al giorno, una disfatta continua che disfa legami, simpatie. Ogni giorno che siamo senza dolore dovremmo gettarci con foga a salvare il mondo, salvarlo ora con gentilezza, ora con rabbia, ora in silenzio, ora gridando. Viva la foga, la furia, la forza di dimenticarsi. Oggi era un giorno per dimenticarsi. Contava solo la neve e il terremoto, nient’altro.

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Canto per l’Appennino

 

Ho una spina di dolore
lunga quanto l’Appennino.
Il cielo vomita neve
e gli uomini bugie.
Penso a chi è morto con la neve in bocca
e a questo mio cuore
con la punta storta,
questo mio cuore che oggi
ha urlato tutto il giorno
per l’Appennino.
Fate presto
dissero una volta
sul giornale,
io adesso dico:
mettete per una volta la testa nelle stalle,
restate vicino al fuoco con una vecchia
a capo chino,
camminate nelle vie più alte
dove le case sono chiuse.
Passerà la neve
e passerà il terremoto,
ma noi resteremo al nostro posto,
alberi, fontane, strade abbandonate,
cielo di stelle e di poiane.

f.arminio