una poesia da CEDI LA STRADA AGLI ALBERI

Lettera ai ragazzi del Sud

 
Cari ragazzi,
abitate da poco una terra antica,
dipinta con le tibie di albe greche,
col sangue di chi è morto in Russia, in Albania.
Avete dentro il sangue il freddo delle navi
che andavano in America,
le grigie mattine svizzere dentro le baracche.
Era la terra dei cafoni e dei galantuomini,
coppole e mantelle nere,
era il Sud dell’osso, era un uovo, un pugno di farina,
un pezzo di lardo.
Ora è una scena dissanguata,
ora ognuno è fabbro della sua solitudine
e per stare in compagnia si è costretti a bere
nelle crepe che si sono aperte tra una strada e l’altra,
tra una faccia e l’altra.
Tutto è spaccato, squarciato, separato.
Sentiamo l’indifferenza degli altri
e l’inimicizia di noi stessi.
Uscite, contestate con durezza
i ladri del vostro futuro:
sono qui e a Milano e a Francoforte,
guardateli bene e fategli sentire il vostro disprezzo.
Siate dolci con i deboli, feroci con i potenti.
Uscite e ammirate i vostri paesaggi,
prendetevi le albe, non solo il far tardi.
Vivere è un mestiere difficile a tutte le età,
ma voi siete in un punto del mondo
in cui il dolore più facilmente si fa arte,
e allora suonate, cantate, scrivete, fotografate.
Non lo fate per darvi arie creative,
fatelo perché siete la prua del mondo:
davanti a voi non c’è nessuno.
Il Sud italiano è un inganno e un prodigio.
Lasciate gli inganni ai mestieranti della vita piccola.
Pensate che la vita è colossale.
Siate i ragazzi e le ragazze del prodigio.

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Pubblicato in: Blog

2 pensieri su “una poesia da CEDI LA STRADA AGLI ALBERI

  1. Gian Franco ha detto:

    Caro Franco, non so da dove cominciare…
    Ho 66 anni e da pochi anni credo di cominciare a capire qualcosa dell’esistenza e va nella direzione del suo pensiero.
    Credo che si debba accettare tutto quello che ci accade avendo ben chiara una meta.
    La metafora può essere quella della barca che naviga in un mare tempestoso ma cerca di mantenere la rotta. Non si può pretendere che il mare si plachi all’improvviso.
    Tra le cose che faccio, insieme a mia moglie, c’è la formazione nel campo della progettazione. Ora stiamo progettando un tipo di formazione al contrario. Un processo di sottrazione che riporti il pensiero verso l’essenza delle cose. Proponiamo di ristabilire il primato dei sensi e dello spirito contro la rigidezza dei sistemi e delle regole.
    La nostra proposta di formazione sarà poco teorica, abbiamo poco da dire, tutti dicono troppo.
    Vogliamo togliere o quanto meno ridurre. Vogliamo cercare la radice intima delle cose, eliminando le sovrastrutture inutili. Vogliamo indagare sulla sensorialità e sulla spiritualità del mondo attraverso le cose e le azioni degli uomini. Vogliamo vedere da fuori, come allo zoo, le gabbie nelle quali merci e persone si sono cacciate. Vorremmo essere liberi.
    Abbiamo ben chiara la meta ma non sappiamo quale sarà il percorso. Se lo sapessimo sarebbe un processo di formazione, prevedibile come tanti.
    Stranamente quando parliamo del nostro progetto troviamo quasi sempre adesioni calorose. Non ci illudiamo, ma pensiamo che molti ormai capiscano quanto sia insensato e noioso perpetuare questo assurdo modello di consumo.
    Sono veramente felice di leggere quanto lei scrive. Naturalmente ho acquistato subito il suo libro e mi mi sono iscritto a Comunità Provvisorie.
    Grazie.

    Mi piace

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