Trevico

Trevico, 16 gennaio 2002 di Franco Arminio

Il taccuino degli appunti è quasi vuoto. Sono andato a Trevico con due amici e questo mi pare abbia attutito, indebolito l’ansia di guardare, di sentire. Ovviamente gli amici non c’entrano. Ma quando sei solo il luogo ti prende più facilmente, ti trasmette il suo sgomento. Con questi amici sono stato sempre un po’ a parlare, a scambiarci impressioni, ma uno mentre scambia le impressioni che ha avuto evidentemente non può averne altre dal mondo esterno, perché la mente è occupata. Conosco persone che hanno girato il mondo ed è come se non avessero mai visto niente. Sono persone che considerano il mondo poco più che un alibi per i propri discorsi.
Un paese come Trevico va visitato da soli, bisogna aggiungere il proprio silenzio al silenzio del luogo. Guardare le poche creature che s’incontrano come si guarda un dipinto del Beato Angelico. Esistere in certi luoghi trasforma i volti in pitture. E qui c’è una pittura raggelata, perché questo è un luogo molto alto, più vicino al cielo che alla terra. Se i paesi dell’Irpinia sono un catalogo della desolazione, quella di Trevico ha qualcosa di nobile, di austero. Qui non ci sono vetrine né insegne pretenziose. Il luogo sembra aver già metabolizzato la sua solitudine. La gente non ha spasmi e smorfie velleitarie. C’è la compostezza di chi non si aspetta niente.

Oggi è domenica. C’è una neve vecchia di molti giorni ammucchiata negli angoli dove il sole non arriva. Nel film di Ettore Scola il trevicano emigrato a Torino diceva che al suo paese la neve era più bianca ed è vero. Oggi non c’è un filo di vento, fa freddo, ma dentro i polmoni entra un’aria lieve. La neve è più bianca, l’aria è più fina, ma a Trevico non c’è più nessuno. Nel paese risultano dal censimento appena ultimato 462 abitanti. La popolazione complessiva è di 1284. Ma quelli delle frazioni vengono al paese solo per qualche certificato. Per tutto il resto si servono nei paesi vicini. Anche qui il calo demografico è continuo e persistente, ma si tratta di una perdita lenta. Il vero salasso avvenne negli anni cinquanta col passaggio da 3500 a 1400 abitanti.

Il ghiaccio ha spaccato il vetro della casa di Ettore Scola. C’è una fontana ispirata allo stile di un famoso scultore americano. Nonostante sia stata realizzata da pochi anni, già presenta vistosi segni di invecchiamento. Nei tre vicoli intitolati ad Orazio tutte le case sono chiuse. Il paese è ben tenuto, raccolto, offerto al gelo che sigilla ogni cosa. Tutto è fermo. L’orologio sul campanile della chiesa fa le nove e dieci, quello di una piccola insegna davanti al tabacchino faceva l’una meno un quarto. Sono le quattro del pomeriggio.
Prima di incontrare una vecchina gentile e per nulla diffidente abbiamo visto un po’ di cani. Solitari, silenziosi. Uno aveva una gamba spezzata. Cani puliti e dall’andatura pacata, perché quassù è difficile essere sporchi dopo un mese di gelo. All’improvviso Trevico mi riporta ai ricordi dell’infanzia, al rumore che veniva dall’aereo che disegnava una scia altissima nel cielo. Adesso al mio paese quel lievissimo ronzio non si sente più. L’aereo passa, ma il rumore di fondo è più forte.
Siamo sotto i ripetitori. Curioso come i messaggi dei telefonini e le immagini dei televisori siano affidate a queste padelle metalliche. Nel punto più alto del paese prima c’era una postazione militare, costruita tra i ruderi del castello. Qualche decennio fa queste cose erano possibili. Adesso i militari hanno lasciato il posto ad una stazione metereologica. Ed è veramente assurdo che i gingilli per misurare la pioggia e il vento debbano occultare le fondamenta dell’antico castello medioevale. Questa palazzina, piantata dall’esercito in un sito archeologico tanto importante, illustra a sufficienza il passato da cui veniamo e da cui stentiamo a liberarci.

Vengono poche parole intorno alle cose che vedo. Ed è inutile cercarle nei pochi abitanti superstiti. Gli anziani hanno voglia di parlare, ma il freddo è nemico della logorrea. I giovani che sono rimasti si contano sulla punta delle dita. Mi fermo speranzoso davanti a una fanciulla vestita di rosso. Lavora a Milano in un ristorante. È qui semplicemente perché sta allungando le vacanze di Natale. Di un altro ragazzo non riesco a capire se sta qua o altrove. Mi parla sfuggendo, imbarazzato dalla prospettiva che io voglia curiosare nella sua esistenza. Forse ne sospetta lo squallore, o semplicemente passa la voglia di intrattenersi con la gente quando stiamo troppo a lungo da soli. Trevico non è un posto per parlare. Qui si deve venire per guardare. Da ogni punto del paese si vedono altri paesi, i crinali infilzati dalle pale eoliche, le case sparse. Un’ora fa le luci a Zungoli, a Scampitella, a Bisaccia erano spente. Adesso i paesi hanno acceso le loro luci. Sembra quasi di vedere un singolo lampione che si accende in una strada, la lampadina che si accende in una casa. Trevico è un telescopio naturale. L’occhio si allunga, si allontana, fa il lavoro per cui è stato impiantato nel nostro viso, il lavoro di avvistare il mondo, di offrirci le sue meraviglie.
Nella festa nuziale dello sguardo è solo per un vago scrupolo che mi accade di chiedere notizie del sindaco e dell’amministrazione. In questo paese non c’è più il barbiere, né la macelleria. E i pochi anziani dentro il bar non sanno niente. Il barista mi dice che terrà il locale aperto ancora per poco. Lui ha già la pensione, si tratta solo di mettere i contributi per la moglie. La casa è grande. Il bar una volta era anche ristorante e pizzeria. Adesso è tutto spazio sprecato, spazio che aumenta le tasse da pagare e i rimpianti di essere rimasti quassù.

Trevico se ne sta chiusa come un libro che nessuno vuole più aprire. Certi paesi sono letteratura e come tali non interessano a nessuno. Adesso è così e forse per questo uno dei miei amici a un certo punto con sconforto ci ha chiesto: ma a voi Panariello vi fa ridere?
In una società che cancellando il silenzio ha di fatto cancellato anche la letteratura, veramente ci sono poche speranze per paesi come questo. Qui adesso hanno preso la casa in fitto alcuni napoletani e qualche pugliese. Veramente troppo poco per parlare di turismo. La gente aspetta di morire stecchita sui marciapiedi per capire che le città sono luoghi assediati dal veleno e in cui si può solo accendere la pira in cui bruciare la propria vita. L’esistenza vanifica se stessa anche in un paese come Trevico, ma qui si muore con ingredienti più nobili. La noia e la malinconia sono pur sempre preferibili ai gas di scarico e ai palazzacci in cui si gioca a nascondino tra il divano e la cucina. A Trevico si può camminare, si possono guardare i paesi che stanno in basso e le nuvole che stanno in alto. E se passa un aereo può anche venir voglia di esser altrove.

Lascio il paese col dispiacere di non aver visto le molte bellezze custodite nella sua chiesa, ma ho comunque potuto ammirare la Porta Urbica che risale alla fine del cinquecento, costruita da un arco a tutto sesto retto da due pilastri in pietra lavica. Nella porta ci sono tre stemmi nobiliari, segni della passata importanza di questo luogo. Tempi lontani, in cui stare in alto era un privilegio. Adesso i paesi che stanno in basso si considerano assai più avanzati di Trevico, magari perché hanno un ristorante o una pizzeria alla moda. E la nostra domenica finisce proprio in una pizzeria situata in aperta campagna, nella valle dell’Ufita. Nonostante ci siano tantissime persone la pizza ci viene servita molto celermente. Ma dobbiamo consumarla altrettanto celermente. Ci sono persone in piedi che guardano il nostro tavolo aspettando ansiosamente che si liberi. Nella pizzeria arriva continuamente gente: siamo in una catena di montaggio, quella dei mangiatori di pizza. E forse quel che c’è nel piatto non conta molto. La gente viene qui da paesini inerti e dissanguati per stare nella confusione e nel chiasso, segni ubiqui dei nostri tempi progrediti di cui sembra non si possa fare a meno. C’è più gente qui che in tutta Trevico, ma se il luogo più alto della Campania mi aveva lasciato una limpida malinconia, la pizza ingurgitata mi ha depositato sulla lingua un sapore limaccioso e indefinibile. Forse il successo di queste pizzerie è legato anche all’insuccesso dei paesi.

Se nel bar di Trevico c’è solo il tavolino coi giocatori di carte e uno sfiduciato proprietario che sta fermo come un bassorilievo, ecco che la pizzeria, col proprietario che saltella e i camerieri che viaggiano tra i tavoli a ritmi americani, diventa un’attrazione in cui si ritrovano giovanotti griffati e fanciulle accuratamente abbigliate, accigliati quarantenni e casalinghe stordite. Tutti qui, a finire chiassosamente un giorno inutile.
Ai tempi in cui Orazio Flacco in compagnia di Mecenate intraprese il famoso viaggio da Roma a Brindisi non c’erano pizzerie nella valle dell’Ufita. Il poeta del carpe diem non avrebbe mai immaginato che la sua poetica sarebbe stata puntualmente fraintesa da tante generazioni di umani. E se Orazio oggi potesse tornare da queste parti praticherebbe il suo carpe diem più volentieri guardando il cannone col muso rivolto alla facciata della chiesa di Trevico, piuttosto che ingurgitando una pizza.

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